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lunedì, novembre 19, 2012

desiderio




Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio.
Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità.
E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme
tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio.
Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei.
E lo ha fatto. E' scoppiata tutto d'un colpo. 


(Alessandro Baricco)

giovedì, febbraio 26, 2009

raccontami di te


"Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi, possedere se necessario ripossedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L'uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé".
(O. Sacks, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello)

lunedì, ottobre 13, 2008

parole


Le parole: scrigni che raccolgono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto dal renderla memorabile e le offrono un posto nella bibloteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola e evento, in cui la prima riveste il secondo con l'abito di gala.
(Estasi culinarie di Muriel Barbery)

giovedì, marzo 06, 2008

di molto ho nostalgia


Chi ci ha dunque voltati che,
in qualsiasi cosa intenti, disposti siamo
come uno che parte? Come quello, sull’ultima
collina che gli mostra per una volta ancora
tutta la sua valle, s’arresta, si volge indietro, indugia,
così viviamo, dicendo continuamente addio».


(da l’ottava elegia duinese di Rilke)


Come già scritto bisogna saper lasciare andare, amare senza trattenere, perchè comunque prima o poi, in qualche modo, siamo obbligati a rinunciare a persone e cose, o ad un certo punto sono loro ad abbandonarci, ma possiamo sempre tenere vivi i ricordi, possiamo continuare a scrivere e parlare, e far sentire alle persone care la nostra voce.

martedì, marzo 04, 2008

le parole per dirlo

con i ragazzi un giorno abbiamo intavolato una discussione nata da una battuta di Jacopo che per definire Alessandro aveva detto che era un diversamente studioso, sull'onda della mitica battuta della mia amica Agi che aveva definito le gentili peripatetiche che lavorano nel nostro quartiere diversamente perbene, la questione era questa: mi chiedevano perchè non si può più definire una persona che non ci vede cieco ma ora si chiama non vedente, una priva dell'udito non è più sordo ma non udente, e un disabile viene definito diversamente abile, abbiamo convenuto che non sono le parole ad avere un significato dispregiativo ma l'uso che se ne fa: cecato, sordo, handicappato vengono comunemente usati come epiteti ma erano semplicemente aggettivi che specificavano una mancanza: cieco=privo della vista, sordo=privo, in tutto o in parte del senso dell'udito.


Ad uno che ti taglia la strada sicuramente potrebbe venirti voglia di urlargli: a cecatooooo!!! non ti verrebbe mai in mente di urlargli: a non vedeeeenteeeee!!!


Allora invece di usare altre parole non bisognerebbe invece insegnare fin da piccoli ai nostri figli il loro uso corretto, perchè poi le parole possono ferire, fare male, le parole resistono alla cancellazione,le più vecchie e cocciute formano una spessa crosta di rabbia chiacchierina, e invece se usate con cura e non a sproposito possono rassicurare, confortare, insegnare.

mercoledì, gennaio 02, 2008

carpe diem

ieri sera ho rivisto in tv l'attimo fuggente (Dead Poets Society) di Peter Weir, la storia di John Keating e dei suoi allievi, puniti per non essersi omologati al comune pensiero, per aver provato a farlo. Un film che racconta in maniera intensa l'adolescenza di ragazzi diciasettenni che vogliono imparare a vivere "per davvero", e grazie al loro professore imparano che tutti possiamo essere unici e diversi, e scoprono la potenza delle parole e della poesia:

Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo.

Non leggiamo e scriviamo poesie perché è divertente. Leggiamo e scriviamo poesie perché apparteniamo alla razza umana. E la razza umana è piena di passione. La medicina, il diritto, l'economia e l'ingegneria sono nobili occupazioni, necessarie alla sopravvivenza. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, queste sono le cose per cui vale davvero la pena vivere.

Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a veder voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva.

Ci teniamo tutti ad essere accettati ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani ed impopolari.
Come ha detto Frost "due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso".


Mostratemi un uomo senza sogni e vi mostrerò un uomo felice.
Ma solo nei suoi sogni l'uomo è veramente libero, così è
e così sarà sempre.

domenica, dicembre 30, 2007

the best




(queste foto sono state scattate da Andrea al roseto comunale di Roma)






mi è venuto in mente quale parola per me ha una musicalità e un significato che mi piacciono molto, già mentre pronunci la prima lettera ti esplode in bocca (p: quattordicesima lettera dell'afabeto rappresenta la consonante esplosiva bilabiale sorda) e poi le due s (sibilanti sonore) scivolano dolcemente verso la n...
La definizione del Devoto-Oli è questa: momento o motivo della vita affettiva caratterizzato da uno stato di violenta e persistente emozione, spec. in quanto riconducibile a un ambito erotico-sentimentale o in contrasto con le esigenze della razionalità e dell'obiettività

se provate a ripeterla più volte sentirete il suo suono pieno, travolgente:

passione



Notti selvagge - Notti selvagge!
fossi io con te
notti selvagge sarebbero
la nostra passione.
Inutili - i venti -
a un cuore ormai in porto
non serve la bussola
non serva la mappa.
Remare nell'Eden
Il mare!

Potessi almeno ormeggiare
stanotte
in te.

(1861 Emily Dickinson)

martedì, dicembre 04, 2007

chesil beach



ho appena finito di leggere questo romanzo, l'ultimo, di Ian McEwan e ho un groppo in gola, non vi racconterò la storia, perchè a raccontarla ci pensa benissimo McEwan e io rischio di essere banale, dirò solo che parla di due giovani inesperti, di prime volte, parla di amore e di quanto possano pesare le parole non dette, non espresse e quanto possano cambiare il corso di una vita le decisioni che non abbiamo preso: ecco come il corso di tutta una vita può dipendere...dal non fare qualcosa.

giovedì, novembre 15, 2007

seduzione


Sa sedurre la carne
la parola
prepara il gesto,
produce destini
(patrizia valduga)

venerdì, ottobre 19, 2007

paradossi

scommetto che questa non la conoscete


Giocò con l'idea
appassionandosi
La lanciò per aria
trasformandola
se lasciò sfuggire e
la ricatturò
la rese irridescente
con la fantasia
le diede le ali
del paradosso
(Oscar Wilde)

lunedì, luglio 23, 2007

fraintendimenti

La comunicazione scritta concede ampio spazio al fraintendimento. Basta spostare l'enfasi di quanto si legge da un termine all'altro per modificare un messaggio. La stessa parola del resto può avere più di un significato: rifiuto può indicare l'atto di dire no a qualcosa che si ritiene sbagliato, ma può essere anche un avanzo, un sinonimo di spazzatura.
Amsterdam di Ian McEwan

venerdì, luglio 20, 2007

stato civile

ha proprio ragione claudia la lingua italiana è poco creativa, compilando un questionario per iscrivermi ad un sito di e-commerce le uniche alternative per lo stato civile erano in questo caso: celibe/nubile o coniugato/convivente e così sono ridiventata nubile mio malgrado perchè vedova non era previsto, single nemmeno, figurarsi separato/a legalmente o divorziato/a.
e questo lo chiamano stato civile!

mercoledì, giugno 27, 2007

ci sono letture

...di tanto in tanto ci sono letture che fanno rizzare e tremare i peli sul collo, il nostro vello inesistente, quando ogni parola brucia e splende aspra e chiara e infinita e esatta, come pietre di fuoco, come stelle puntiformi nel buio, letture in cui la consapevolezza che conosceremo ciò che è stato scritto in maniera diversa o soddisfacente, percorre qualsiasi capacità di dire ciò che sappiamo, o come lo sappiamo.
da Possessione di Antonia S. Byatt

lunedì, giugno 25, 2007

dammi tre parole

scorrendo a ruota libera nel weekend giornali e riviste (quindi non so dirvi dove ho letto questa tesi) ho letto un articolo che indagava sui temi più trattati nelle conversazioni tra le persone e quelli più ricorrenti erano l'amore e il lavoro, l'articolo mi ha colpito perchè l'altra sera ho giustappunto avuto una discussione con un'amica che mi rimproverava la mia fissa a parlare e a scrivere su questo blog di uomini e donne, dei loro rapporti amorosi, del modo di rapportarsi in una relazione, io mi sono giustificata dicendo che la maggior parte delle persone che io conosco parla di questo, non solo ma insomma è un argomento che ricorre spesso.
Voi che ne pensate???
I miei argomenti preferiti, le cose della vita su cui mi interrogo e mi confronto più spesso sono:
la famiglia
figli
relazioni amorose
relazioni amicali
libri
film
non necessariamente in questo ordine

parole di patti

E' così, ogni giorno penso che sono sveglia, ho un altro giorno da vivere, un altro cielo da guardare, un altro libro da leggere, un altro sorriso, un altro uomo che mi prenderà la mano.
patti smith

venerdì, giugno 22, 2007

Gomorra

Roberto Saviano
...Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell'architettura dell' autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l' affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura... [...]

...Io vedo, trasento, guardo, parlo e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: << È falso>> all' orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità...


Indicazioni bibliografiche Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2007pp. 233-234

un racconto di Roberto Saviano

questo è il testo del racconto che ieri sera con voce prima incerta perchè emozionata e via via più decisa ha letto Roberto Saviano al festival delle letterature nella basilica di Massenzio a Roma.
L'anello

La prima volta che portai una ragazza del Nord nel mio paese mi facevano male le mani. Andai a prenderla alla stazione. Mentre aspettavo, avevo come un formicolio, uno di quelli che possono esser placati solo con uno schiaffo. Continuavo a grattarmi i palmi, alternando le mani. Sarà stato il nervosismo. Forse solo quello. Quando scese dal treno la caricai sulla Vespa e cercai di portarla via velocemente, senza lasciarle il tempo di accorgersi dov'era scesa. Non credo di essermi mai vergognato del posto dove sono cresciuto, ma a volte l'adolescenza pretende di poter prescegliere persino i luoghi, e poi dei particolari spazi di questi luoghi, e in quegli spazi particolari persino i momenti da assaporare e quelli da non provare mai.

Avrei voluto raggiungere subito i posti che consideravo degni di esser visti, ammirati, vissuti. Il lungomare dando le spalle al cemento e lo sguardo al largo, senza girarsi. I vitelli di bufala che nascono prima dell'estate facendo muggire le madri di un muggito che assomiglia a una bestemmia per il dolore. E il vitello che quando ha la pelle bagnata di placenta sembra portare sulla carne un mantello, uno di quelli che nelle fiabe coprono i maghi e sotto cui ti immagini di sparire in una notte di altri mondi. Tutto quello che poteva sembrare bello erano angoli, momenti, cose che potevi cogliere solo se ti concentravi e riuscivi a ignorare tutto il resto.

Acceleravo in Vespa, come se volessi cancellare la vista dell'orrendo. Lei per imbarazzo non si aggrappava alla mia vita, ma cercava di trovare appigli sul sediolino, e addirittura faceva scivolare i suoi indici dentro i passanti dei miei jeans. Era una ragazzina del Nord e non capiva che quel gesto per me - che all'epoca non avevo mai superato la linea di Cassino - valeva più di un tecnico reggersi a me. Entrammo in paese, e lei notava i mazzetti di fiori sparsi in parecchi angoli. E addirittura qualche lumino all'altezza delle caviglie. Avrei voluto spiegarle cosa fossero. Ma non volevo spaventarla. Spiegare che quelli erano posti in cui avevano traforato, finito, fatto fuori qualcuno mi pareva sconveniente. Le lasciai credere che anche dalle mie parti si correva troppo veloce. Che anche qui si poteva rimanere impastati su un albero.


Ogni tanto qua e là spuntava una lapide. Lei veniva da una città di resistenza e antifascismo e guardando da lontano mi chiese: "Partigiani?". Non sapeva che qui la resistenza non c'è quasi stata, che la guerra è stata strage infinita di civili, e tedeschi che prima di ritirarsi setacciavano campagne e case massacrando. "Sì, partigiani", risposi. A nascondere certe storie, da ragazzino ero bravissimo. Forse è per questo che crescendo ho avvertito come una nausea continua nel tenermele dentro e le ho dovute rovesciare addosso a chiunque. Ma tutto sommato istintivamente una risposta quasi corretta l'avevo data. Il Sud è pieno di lapidi che ricordano qualcuno che è caduto, ma in un'altra resistenza. Una resistenza più difficile da raccontare, perché non è contro truppe di invasione, non è contro squadracce, non è contro un regime da rovesciare. Una resistenza che non è nemmeno essere contro. Basta non essere dentro per cadere, esattamente come durante la guerra, quando i bombardamenti e le rappresaglie dei tedeschi fecero più vittime civili a Sud che nelle zone dove li si combatteva.

Ma io quel giorno ero felice. Ero felice perché avevo trovato una persona da portare al matrimonio di un mio lontano cugino cui mi avevano obbligato ad andare. Mi cambiai in un attimo e la feci attendere in una stanza di fianco alla mia. Ma chiusi la sua porta a chiave sperando non se ne accorgesse e coprendo il rumore della serratura con una finta tosse. La custodivo come una specie di essere da tenere sottochiave. Tutti in paese, mentre andavamo in chiesa per il matrimonio, guardavano questa ragazza. Sguardi di sbieco, fatti per accalappiare, per tentare di comunicare chiaramente che se non sei di nessuno puoi divenire di chi ha deciso di averti. Sguardi che non vogliono sedurre né tanto meno incuriosire, ma è come se volessero sfogarsi, saziandosi a guardare perché nessuno si farà avanti a chiederne conto. E allora si vogliono appagare come la mano sull'autobus che nascosta sotto una giacca arrotolata sull'avambraccio sfiora un ginocchio o un polso e lo fa a volte in modo più invasivo di una manata vigorosa ed esplicita.

Sguardi che le si attaccavano sulla pelle e la costringevano a guardare in alto o in basso, a sfuggire con gli occhi e a sudare di più: come se la densità degli sguardi restringesse lo spazio e l'aria nella chiesa. Lei era territorio di nessuno e non lo sapeva e io non trovavo le parole per farle capire che era territorio. Riuscii a trascinarla nell'angolo di una cappella. E iniziai a guardare le mani di tutte le nonne e zie, di tutte le madri e sorelle, delle cugine e delle invitate. Dovevo trovare una fede. Presi così d'improvviso la mano di mia zia che si stupì di quello strano trasalimento d'affetto e feci per sfilarle l'anello. Ma era al suo anulare da così tanto tempo che non voleva venire via. Non servì né la forza di trazione né l'acqua santa. Infine arrivò la saggezza di mia nonna che prese in bocca il dito e, lubrificandolo con la saliva, riuscì a levare l'anello senza sforzo. Così, con la fede stretta in pugno, corsi verso la cappella, presi la mano della ragazza e gliela infilai. Lei prima si stranì, quasi si spaventò, poi iniziò a guardarmi con occhi di miele come se quello fosse stato un omaggio. Non aveva compreso niente. Le avevo messo addosso uno schermo. Ma anche questa volta non tentai di spiegare.

Da allora lo faccio sempre, come se le persone a cui voglio più bene dovessero tutte essere schermate da un simbolo, un anello, che però solo in alcune parti di mondo continua a essere uno schermo - prendere una mano e proteggerla con un gesto. E proteggermi io stesso: da ragazzino iniziai a ficcarmi anelli tra le dita. Uno a sinistra, due a destra. Come vedevo fare alle paranze di fuoco dei clan. Un modo per prendere in giro mia madre, farla indispettire. Tre anelli come il padre, il figlio e lo spirito santo. Così facevano dalle mie parti, così faccio io. Senza significato, ma come uno strascico di qualcosa che mi appartiene. Mi appartiene tra le mani.

Dopo anni che non ci siamo visti e sentiti ho reincontrato la ragazza del Nord. Alla mano ha un altro anello. Quello vero, quello infilato nel momento giusto, non di fretta, di nascosto. Un anello che non protegge, non nasconde, ma semmai esplicita. O che forse non significa niente tranne il suo essere d'oro. Lei è diventata giornalista o qualcosa di simile. Mentre l'accompagno a fare il solito giro nelle terre d'inferno, estrae dalla borsa una foto e me la mostra. Una foto, l'unica, di quello strano giorno. Ma non la tira fuori per condividere un momento di nostalgia. La ragazza del Nord, la signora del Nord divenuta giornalista mi indica due ragazzi, Giuseppe e Vincenzo, e mi dice: "Li hanno ammazzati perché erano camorristi, no?". Evidentemente si ricorda di loro al matrimonio. Si ricorda le loro facce.

La rabbia ti assale quando non te lo aspetti e non sai se riesci a trattenerla. Potrei stamparle uno schiaffo in faccia, di quelli che lasciano un segno che sembra abbronzatura, ma la stessa rabbia mi strozza la voce e non riesco a rispondere, non riesco a parlare. Lei se li ricorda al matrimonio, li ricorda e non ne sa niente, non sa niente di loro ma le è bastata la notizia della morte e qualche informazione raccolta per telefono per condannarli. È passato molto tempo da quando sono stati uccisi. O forse ne è passato poco, ma ci sono vicende che vorresti dimenticare, di cui vorresti non ricordare nemmeno un dettaglio. La memoria però non ha questo potere, o almeno la mia non ce l'ha. Esistono luoghi dove nascere comporta avere colpa. Il primo respiro e l'ultimo catarro hanno valore equivalente. Il valore della colpa. Non importa quale volontà t'abbia guidato, non importa che vita tu abbia condotto. Conta ancor meno il pensiero che ha rimbalzato tra le tue tempie e meno ancora qualche affetto che hai speso, forse, in alcune ore quotidiane. Conta dove sei nato, cosa sta scritto sulla tua carta d'identità. Quel posto lo conoscono soltanto le persone che vi abitano, perché tra colpevoli ci si conosce.Tutti colpevoli, tutti assolti. Invece chi non vi ha cittadinanza lo ignora.

Era settembre, il 28 precisamente, una sera in cui il freddo sembrava tardare a venire, un'estate allungata, stiracchiata. "Pagheremo questo caldo, l'inverno sarà gelido", commenta qualcuno da dietro il bancone del bar. Uno schifoso baretto sportivo dove ci si ferma ad acquistare vecchie bevande e nuovissime cedoline di scommessa sulle partite di calcio. 'A bullett'. La bolletta. Puntare, giocare, vincere una volta una grande somma e credere d'esser stati capaci di fare almeno una cosa buona nella propria esistenza. Poi quella somma non arriva mai, arrivano somme minuscole che sono dosi progressive iniettate per continuare a giocare. E ti accorgi che ogni vincita ripaga la metà della metà degli anni di giocate andate male.

In questo posto, davanti al baretto dove tutti bevono la gassosa Arnone, perché è del posto e perché qualcuno vuole che si venda solo gassosa Arnone, c'è una piazza. Tutto avviene in questa piazza. Sempre gli stessi orari, i soliti volti. Tutti, lì, sui motorini, sui muretti. Spinelli, birre, chiacchiere. Qualche rissa. Sono quasi tutti parenti, figli di tre, quattro famiglie diverse, tutti lo stesso sangue, memorie comuni, stesse classi a scuola. Poi ci sono i nuovi ragazzi, i figli degli immigrati o i figli della gente del posto sposati con immigrati o immigrate. Infatti questo è un paese africano. Non per il clima, non per architetture esotiche ma per la popolazione che ci vive. Questo posto è abitato per la parte maggiore da immigrati africani. Non maghrebini. Quasi tutti nigeriani, senegalesi, molti ivoriani, pochi della Sierra Leone, abbastanza della Liberia. "In passato ce ne stavano assai di più!", dice sempre lo stesso qualcuno dietro il banco dello schifosissimo Bar sport. Sì, di più. Ciò significa che in paese su dieci persone che incontravi, nove erano africane e una indigena. Ammesso che ti fidassi del colore della pelle, perché se quel singolo che incontravi era un polacco, dieci su dieci erano immigrati.

Questo posto poteva essere una miniera di cultura concentrata in pochi metri quadri. Mezza Africa si era riversata nelle sue strade e si spaccava la schiena nei campi di pomodori a settemila lire l'ora. Ora a cinque euro. La gente del posto non era crudele con gli africani, non li guardava con disprezzo. Anzi. In qualche modo iniziarono i primi festeggiamenti in comune, qualche matrimonio misto. Le ragazze nere entrarono nelle case come babysitter. Col tempo, però, i potenti, i veri potenti, hanno diffuso un senso di paura, una diffidenza, una separazione imposta. Se proprio devono esserci contatti che siano minimi, che siano superficiali, che siano momentanei. Poi ognuno per sé e il danaro solo per loro.

Quella sera sono in cinque. In cinque sbevacchiano qualche gassosa e qualche birra. Francesco, Simone, Mirko, Giuseppe e Vincenzo. Discutono. Si conoscono da sempre, di vista, o hanno fatto qualche scuola assieme, si sono beccati al campo di calcetto, alle partite della Liternese. Forse hanno fatto la visita di leva assieme. Parlano, ridono, ruttano. Milano, Torino, Roma. Le cartine geografiche si accartocciano intorno ai lacerti di discorso dei ragazzi di questo posto. Nessuno vuol rimanere, sentono la colpa. Stanno crescendo e intuiscono la colpa di vivere in questo posto. Chi non va via è un fallito. Vogliono far soldi, ma Giuseppe e Vincenzo sanno che non ce la faranno mai a mantenersi con il loro lavoro prima dei quarant'anni. Giuseppe, venticinque anni, fa il falegname. È bravo, ha un talento per i mobili, sembra un ebanista nato. Nella sua officina, però, è pur sempre 'nu guaglione. Prende quattro soldi, quando si farà le ossa gli daranno finalmente mille euro al mese. Vincenzo ha ventiquattro anni e fatica come muratore. Qui il lavoro è chiamato 'fatica'. Se non sudi, se non torni a casa che le gambe si piegano, se non senti la sera la bocca asciutta e lo stomaco vuoto, allora non hai 'faticato'. Il lavoro è così.

Vincenzo non è un granché come muratore. Per ora lo fanno impastare. Impasta cemento, aggiunge acqua. Una volta era venuto a casa mia assieme al masto per ritinteggiarmi una stanza maculata d'umido. Aveva visto un libro, 'L'operaio' di Ernst Jünger, e aveva iniziato a scherzarci su con un'intelligenza che non mi aspettavo: "Beh, anche io potrei scrivere un libro con un titolo così, ma dovrei scrivere sempre la stessa pagina: qui è sempre tutto uguale".

In piazzetta, quella sera e sempre, si parla di molto meno e di molto peggio. Qualcuno da troppo tempo passa e ripassa vicino la combriccola dei cinque. Francesco si sente gli occhi addosso. Francesco ha ventun anni, sta facendo carriera con quelli che comandano. È vicino al clan dei Tavoletta. Il clan del posto. Spaccia, e spaccia anche dove non può farlo, ma per questo il clan lo riconosce come un affiliato serio anche se ragazzo. Guadagna milleduecento euro a settimana. Ogni tanto fa da autista. Ha il coraggio di spacciare nei territori dei nemici dei Tavoletta, i Bidognetti. Francesco scherza, ride, beve la terza birra, tira la decima boccata dallo spinello. Ma non è tranquillo. Mirko e Simone sono amici.

Simone è il fratello di Giuseppe. Sono loro che si sono fermati in piazza per primi a parlare, così gli altri si sono avvicinati. È così che si forma il gruppo in piazza. Arriva a ondate, se ne va a ondate. Simone lavora anche lui in falegnameria. Ha meno talento del fratello, ma avendo trentun anni viene pagato di più e ha incarichi più prestigiosi, monta i mobili agli sposi e passa il tempo a stramaledire Ikea che ha distrutto i gusti, che ti fa mettere su casa con cinquecento euro, che non permette più a ogni sposa di avere le sue manie, a ogni mania di avere il suo falegname, e a ogni falegname il suo stipendio. Ma persino i clan, quando hanno venduto a Ikea i loro terreni per farci costruire il più grande stabilimento d'Europa, hanno iniziato a svendere le loro falegnamerie, e i mobilifici li stanno convertendo in officine d'auto.

Mirko invece è disoccupato. Il padre gli sta trovando un posto, forse a Formia. Già l'odore di Roma lo eccita. Ha trentun anni, ha lavorato sempre come cassiere in un supermarket. Poi hanno preso un ragazzo del Ciad che lavora il doppio con la metà dello stipendio che davano a Mirko. Ma Mirko non se la prende. Lascia perdere. "È la volta buona che me ne vado" dice a tutti quelli che lo vogliono confortare. Parlano, parlano, è domenica. Domani lavoro, maledizione. Ma parlano, continuano a parlare. Francesco caccia un rotolo di cento euro. È orgoglioso. Dice che lui si sposa per primo e che il matrimonio lo farà a Sorrento. Gli altri ridono, lo invidiano, ma sanno da dove arrivano quei soldi. I quattro ragazzi si tengono lontani dai clan. Troppo pericolo, troppa fatica. Non per Francesco. Intanto quelli continuano a ripassare. Francesco questa volta ha capito. Cerca di allontanarsi, salutando velocemente i ragazzi. Vincenzo, Giuseppe, Mirko e Simone non capiscono.

Tre che stavano appostati lì in piazza da ore iniziano a correre verso di loro, cacciano fuori le pistole, i ragazzi scappano, Francesco è già avanti loro. I tre tizi hanno le pupille dilatate, sono pieni di coca. Sono uomini dei Bidognetti, il clan rivale, mandati a punire Francesco. Corrono, corrono, caricano. Scaricano due caricatori. Smith&Wesson. Quando si spara con il ferro così pesante la mira richiede una bravura da cecchini. Rischi di far solo rumore e paura e non raggiungere nessun obiettivo. I ragazzi riescono a fuggire, si ficcano in un vicolo cieco, ma alla fine se scavalcano il muro che separa un piccolo parco dalla strada è fatta. Francesco mette i piedi nei fori dei mattoni mancanti, è già in cima al muretto. L'ha scalato in pochi secondi. Gli sparano sette colpi. Solo uno lo prende, alla clavicola, neanche se ne accorge. Quando ti colpisce un proiettile da vicino, la ferita si caustica subito e per la paura non senti niente, te ne accorgi dopo sotto la doccia, appena l'acqua calda fa uscire il sangue dal buco. Francesco cade dall'altra parte del muro. È salvo.

Mirko e Giuseppe sembrano due pinocchietti snodati. Corrono senza fiato. Non riescono a fermarsi, sbattono tutti e due il muso contro il muro. Scavalcano i mattoni di tufo aggrappandosi anche con le unghie. Contro di loro cinque colpi. Mirko preso di striscio sull'addome, Simone di striscio al gomito. Soltanto un po' di pelle abrasa, nulla di più. Passano il muro. Sono salvi. I killer sono anche loro senza fiato, strozzati dalla coca, tentano di arrampicarsi. Cascano continuamente, non ce la fanno. Sentono che dall'altra parte i ragazzi stanno scappando. La gente ha chiamato la polizia. Ma loro non possono tornare a mani vuote. Vincenzo e Giuseppe non sono corsi verso il muro. Hanno iniziato a bussare a molte porte. Non capivano per quale motivo venivano aggrediti.

Nessuno gli apre. Pur conoscendoli, pur essendo i figli di Rosetta e Paola, signore conosciute da tutti in paese, nessuno gli apre. Eppure tutti li hanno visti bambini crescere in piazza. Ma non aprono. Non sanno che cosa sono divenuti ora che sono grandi. Loro battono alle porte. Due pensionati aprono. Solo due. Conoscono Giuseppe, anzi lo chiamano Peppino. Come no, hanno fatto costruire a lui l'armadio a muro quando la loro prima nipote si è sposata. Aprono, i due ragazzi entrano. I vecchietti gli offrono due bicchieri d'acqua e chiamano i carabinieri. Li calmano, cercano di capire cos'è accaduto in questo paese che conoscono bene. Avrebbero voglia di dire che è tutto diverso, che non lo riconoscono più rispetto a quando erano giovani. Invece lo riconoscono benissimo. È sempre stato così. Forse prima era persino peggio. Il luogo comune dell'anziano che rimpiange il passato da queste parti si scioglie miseramente. Dopo pochi minuti però tornano a sentir bussare alla porta. Battono con i piedi e con il calcio della pistola. I ragazzi urlano: "Cosa volete? Non c'entriamo nulla!".

Gli uomini dei Bidognetti però devono punire Francesco, e visto che è scappato ora devono attuare una punizione per interposta persona. Anche se non è Francesco, sarà considerata equivalente per i capi la punizione inflitta a una persona vicina a lui, un conoscente, un compaesano, uno che ci stava parlando. I Bidognetti vengono chiamati 'i Mezzanotte' perché la notte più nera cala su ogni loro azione militare. I tre sfondano la porta, i ragazzi tentano di fuggire per la finestra della cucina, i killer però sono abili, hanno rabbia. Se tornano a mani vuote possono avere lo stipendio bloccato dal clan per interi mesi, e loro hanno famiglia. Così tirano i capelli ricci di Vincenzo, il ragazzo cade con la schiena per terra. Poi gli sollevano la testa da terra, come si fa coi capretti per sgozzarli, ma puntano sotto la nuca, appena sopra il collo. Con un calcio lo sbattono, ormai cadavere, sotto il tavolo. Giuseppe cerca di scappare rimbalzando per le pareti della minuscola stanza.

Lo finiscono con quattro colpi in pancia. Cade nel sangue di Vincenzo, sotto il tavolo. I due anziani sono fermi. Non urlano e anzi si preparano a uscire dalla loro casa per dire subito ai carabinieri di aver trovato quel macello già bell'e fatto e non aver visto nulla. È come se questa fosse l'ennesima condanna da subire, quando si nasce in un paese di colpevoli. I killer sentono le sirene. Scappano, loro sì, dalla finestra della cucina che dà sul parco dietro il muro. È l'unica via di fuga. Per tutti. I carabinieri entrano nella stanza. I ragazzi sono sotto il tavolo. Sulla tovaglia un mandarino sbucciato e dei semi sputati. Una bottiglia di Fragolino è caduta per terra e il vino si è impastato con le ciocche dei ricci di Vincenzo. L'alone viola rimasto sulla tovaglia è perfettamente sferico.

Stare in una piazza e scappare dinanzi alla paura, inseguiti non si sa perché e da chi. Questa la colpa più grande di Vincenzo e Giuseppe. Ammazzati. Innocenti. Morti che nessun giornale nazionale il giorno dopo ha ricordato. Nessun telegiornale, nessuna radio. Muti a sinistra, destra, centro. Tutti muti. Sono nati nel paese della colpa. Non potevano dirsi innocenti. Dovrei portarla qui, la ragazza del nord, mostrarle la piazza, raccontare la loro storia. Ma continuo a guardarle le mani mentre stringo la rabbia nelle mie che prudono come tanti anni fa alla stazione. La fede che le avevo messo al dito e che ora è rimpiazzata da questo anello nuovo, più grande e più bello, non ha fatto a lei da schermo, ma il contrario: ha reso invisibili me, noi, questo posto, questo paese. Come avviene al solito, come accade sempre. "Non erano camorristi", vorrei risponderle, "erano partigiani". Forse sarebbe più retorico ma più efficace di uno schiaffo, eppure un'altra volta lei non capirebbe.

La madre di Giuseppe da allora passa le giornate in strada. Seduta su una sedia, vicino al bar dello sport. A chiunque incrocia con lo sguardo chiede: "Mi vai a chiamare Giuseppe? Fa sempre tardi la sera. Domani deve lavorare". Tutti rispondono: "Adesso ve lo chiamo", e poi affrettano il passo. La signora guarda i passi sino a dove la miopia glielo concede, sino quando tutti non spariscono girando a qualche angolo, poi lentamente raddrizza la testa, la abbassa e continua ad aspettare.

lunedì, giugno 18, 2007

le parole sono importanti

http://www.youtube.com/watch?v=jK2_afjukgk

lunedì, maggio 14, 2007

ancora sull'arte di scrivere

è da prima di partire che vi volevo segnalare questo articolo di grossman, sono di parte perchè mi piacciono i suoi libri e quello che scrive, ma leggetelo e poi fatemi sapere

p.s. pare che la visualizzazione non sia completa ve l'ho riportato nel post precedente

testo completo articolo grossman

«La nostra personale felicità o infelicità, la nostra condizione terrena, ha una grande importanza nei confronti di quello che scriviamo». Così dice Natalia Ginzburg nel suo libro È difficile parlare di sé, nel capitolo in cui parla della sua vita e del suo rapporto con la scrittura dopo una tragedia personale. Non è facile parlare di sé. Perciò, prima che io dica cosa significhi per me scrivere ora, in questo momento della mia vita, vorrei parlare di come una situazione traumatica, una sventura, possa influire su una società o un popolo.E subito mi vengono in mente le parole del topo nella Piccola favola di Kafka. Prima di cadere nella trappola, mentre il gatto lo attende in agguato, il topo dice: «Ahimè, il mondo diventa ogni giorno più angusto». E in effetti, dopo tanti anni passati in una realtà estrema e violenta di conflitto politico, militare e religioso, posso affermare con rammarico che il topo di Kafka ha ragione: il mondo diventa davvero più angusto, si fa più piccolo di giorno in giorno. E posso anche raccontare del vuoto che si crea lentamente tra l´uomo, l´individuo, e la condizione violenta e caotica entro la quale egli vive. Una condizione che detta quasi ogni aspetto della sua vita. (...) Il topo di Kafka aveva ragione, quando il predatore è in agguato il mondo, in effetti, diventa più angusto. E lo diventa anche il linguaggio con cui lo si descrive. Per esperienza posso dire che il lessico con cui i cittadini del conflitto descrivono la loro condizione si impoverisce quanto più il conflitto si prolunga, trasformandosi gradatamente in un´accozzaglia di slogan e di luoghi comuni, a cominciare dal linguaggio usato dalle varie istituzioni che si occupano direttamente del conflitto - l´esercito, la polizia, i vari dicasteri governativi - per passare rapidamente ai mezzi di comunicazione di massa che ne fanno la cronaca, e inventano un linguaggio sofisticato e ingegnoso il cui fine è raccontare ciò che è più-facile-da-digerire per il loro pubblico (creando così una separazione tra tutto ciò che lo Stato compie nelle zone d´ombra del conflitto e il modo in cui i suoi cittadini scelgono di vedere se stessi). Alla fine tale processo filtra anche nel linguaggio privato, intimo, dei cittadini (nonostante loro lo neghino fermamente).Una conferenza dello scrittore israeliano "La sciagura che mi è capitata, la morte di mio figlio Uri, permea ogni momento della mia vita. La memoria aiuta" "La nostra personale felicità o infelicità ha una grande importanza per ciò che facciamo" ha scritto la Ginzburg La nostra arte, fondamentalmente, è un´attività di scomposizione della personalità che induce allo sconforto Talvolta mentre lavoro penso: ecco proprio ora un altro come me a Damasco o a Teheran in Ruanda o a Dublino fa la stessa mia cosa Mi vengono in mente le parole del topo nella favola di Kafka prima di cadere in trappola: "Il mondo diventa sempre più angusto" Pubblichiamo parte di un discorso che David Grossman ha tenuto nei giorni scorsi al Pen Club di New York.Ma, dopo tutto, questo processo è ovvio. In fin dei conti la naturale copiosità del linguaggio umano, la sua capacità di toccare le corde più sottili e delicate del nostro essere, potrebbe decisamente far male in una situazione del genere, giacché ci ricorderebbe costantemente la ricchezza della realtà di cui siamo privati, la sua complessità, le sue sfumature.E più la situazione appare senza via di uscita, più il linguaggio che la descrive si impoverisce, più il dibattito pubblico che la riguarda si va smorzando. Ciò che rimane, alla fine, sono i soliti e ripetuti scambi di accuse fra nemici, o fra avversari politici all´interno del paese. Rimangono i cliché con cui descriviamo il nemico, e noi stessi. In altre parole abbozzi di pregiudizi, paure mitiche e generalizzazioni volgari in cui imprigioniamo noi stessi ed entro i quali intrappoliamo i nostri nemici. Il mondo, in effetti, diventa sempre più angusto.Tutto ciò è vero non solo in riferimento al conflitto mediorientale. In così tante parti del mondo milioni di esseri umani si trovano in questo momento a dover affrontare questa o quella "condizione" in cui la loro esistenza, i loro valori, la loro libertà e la loro identità sono minacciati in diversa misura. Quasi ciascuno di noi vive una "condizione" personale, una maledizione privata. Suppongo che ognuno di noi avverta che la propria particolare "condizione" potrebbe trasformarsi rapidamente in una trappola che gli negherebbe la libertà, la sensazione di sentirsi a casa propria nel proprio paese, l´uso di un linguaggio personale, la gestione della propria libertà decisionale.In una realtà simile noi scrittori e poeti scriviamo. In Israele come in Palestina, in Cecenia come in Sudan, a New York come nel Congo. Talvolta, mentre lavoro, dopo aver scritto per qualche ora, alzo la testa e penso - ecco, in questo preciso momento un altro scrittore, che io nemmeno conosco e che vive a Damasco o a Teheran, in Ruanda o a Dublino, compie, come me, questo strano, insensato, meraviglioso lavoro di creazione in una realtà in cui ci sono così tanta violenza, alienazione, indifferenza, egocentrismo. Ecco, ho un alleato lontano che nemmeno mi conosce, e insieme tessiamo questa astratta rete di fili che, malgrado tutto, possiede una forza immane. La forza di cambiare il mondo e di crearne un altro, di dare voce ai muti e di aggiustare le cose, nel senso profondo, cabalistico del termine.Per quanto mi riguarda, negli ultimi anni, nei libri di narrativa che ho scritto, ho quasi voltato volutamente le spalle alla realtà immediata, scottante, del mio paese, quella delle ultime news. Su questa realtà ho scritto libri in passato, e anche negli ultimi anni non ho mai smesso di scrivere per cercare di capirla mediante articoli e saggi e interviste. Ho partecipato a decine di manifestazioni, di iniziative internazionali per la pace, ho incontrato i miei vicini - alcuni dei quali sono miei nemici - in qualunque occasione ritenessi che ci fosse qualche opportunità di dialogo. Eppure, negli ultimi anni, per una decisione mia, quasi di protesta, non ho mai incluso questo teatro di tragedia nella mia letteratura. Perché? Perché volevo scrivere di altre cose, non meno importanti e per le quali è difficile trovare tempo: di sentimenti e della capacità di prestare veramente ascolto quando tutt´intorno romba una guerra quasi perpetua.Ho scritto dell´ossessiva gelosia di un marito nei confronti della moglie. Di ragazzi senza tetto nelle strade di Gerusalemme, di un uomo e di una donna che creano un loro linguaggio personale, quasi ermetico, chiusi in una surreale bolla di amore. Ho scritto della solitudine di Sansone, l´eroe biblico, di rapporti sottili e complessi tra donne e le loro madri e, in generale, tra genitori e figli. Ma circa quattro anni fa, quando il mio secondo figlio era in procinto di arruolarsi nell´esercito, non ce l´ho più fatta a rimanere dov´ero. Provavo una sensazione quasi fisica di urgenza, di bisogno impellente, che non mi dava pace. Ho cominciato allora a scrivere un romanzo incentrato sulla cruenta realtà in cui viviamo. Che descrive come la violenza esterna, la brutalità della situazione che ci circonda, si insinui nel tessuto delicato, intimo, di una famiglia e, alla fine, lo laceri.«Nel momento in cui uno scrive», dice Natalia Ginzburg, «è miracolosamente spinto ad ignorare le circostanze presenti della sua propria vita. Certo è così. Ma l´essere felici o infelici ci porta a scrivere in un modo o in un altro. Quando siamo felici, la nostra fantasia ha più forza; quando siamo infelici, agisce allora più vivacemente la nostra memoria». Si fa fatica a parlare di se stessi. Dirò allora quello che posso in questo momento, nella condizione in cui mi trovo.Io scrivo. La sciagura che mi è capitata, la morte di mio figlio Uri durante la seconda guerra del Libano, permea ogni momento della mia vita. La forza della memoria è in effetti smisurata, enorme. A tratti possiede qualità paralizzanti. Eppure l´atto stesso di scrivere crea per me, ora, una specie di "luogo". Uno spazio emotivo che non avevo mai conosciuto prima, in cui la morte non è solo la contrapposizione totale, categorica, della vita.Gli scrittori qui presenti lo sanno: quando scriviamo percepiamo il mondo in movimento, elastico, pieno di possibilità. Di certo non congelato. Ovunque vi sia qualcosa di umano, non c´è immobilità né paralisi. E, sostanzialmente, non esiste nemmeno uno status quo (anche se, a volte, pensiamo per sbaglio che esista; e c´è chi vorrebbe moltissimo che lo pensassimo).Io scrivo. Il mondo non mi si chiude addosso, non diventa più angusto. Mi si apre davanti, verso un futuro, verso altre possibilità. Io immagino. L´atto stesso di immaginare mi ridà vita. Non sono pietrificato, paralizzato dinanzi alla follia. Creo personaggi. Talvolta ho l´impressione di estrarli dal ghiaccio in cui li ha imprigionati la realtà. Ma forse, più di tutto, sto estraendo me stesso da quel ghiaccio.Io scrivo. Percepisco le innumerevoli opportunità presenti in ogni situazione umana e la possibilità che ho di scegliere fra di esse, la dolcezza della libertà che pensavo di avere ormai perso. Mi compiaccio della ricchezza di un linguaggio vero, personale, intimo, al di fuori dei cliché. Riprovo il piacere di respirare nel modo giusto, totale, quando riesco a sfuggire alla claustrofobia degli slogan, dei luoghi comuni. Improvvisamente comincio a respirare a pieni polmoni.Io scrivo. E mi rendo conto di come un uso appropriato e preciso delle parole sia talvolta una sorta di medicina che cura una malattia. Uno strumento per purificare l´aria che respiro dalle prevaricazioni e dalle manipolazioni dei malfattori della lingua, dai suoi vari stupratori. Io scrivo. Sento che la sensibilità e l´intimità che ho con la lingua, con i suoi diversi substrati, con l´erotismo, con l´umorismo e con l´anima che essa possiede, mi riportano a quello che ero, a me stesso, prima che questo "io" fosse ridotto al silenzio dal conflitto, dal governo, dall´esercito, dalla disperazione e dalla tragedia.Io scrivo. Mi libero da una delle vocazioni ambigue e caratteristiche dello stato di guerra in cui vivo - quella di essere un nemico, solo ed esclusivamente un nemico. Io scrivo, e mi sforzo di non proteggere me stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che io faccio a lui, né dai sorprendenti tratti di somiglianza che scopro tra lui e me.Io scrivo. A un tratto non sono più condannato a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale fra "essere vittima o aggressore" senza che mi sia concessa una terza possibilità, più umana. Quando scrivo riesco a essere un uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità. (...)Io scrivo. Do alle cose del mondo esterno, estraneo, nomi personali e intimi. In un certo senso, le faccio mie. E così facendo ritorno a un´atmosfera di casa da un luogo in cui mi sentivo esiliato, forestiero. Apporto un piccolo cambiamento a ciò che prima mi appariva immutabile. Anche quando descrivo il mio destino, stabilito dall´arbitrio ottuso degli uomini, o del fato, scopro improvvise minuzie e sfumature nuove. Scopro che il fatto stesso di scrivere di quell´arbitrio mi permette di affrontarlo con una sorprendente libertà di movimento. Che il semplice fatto di doverlo affrontare mi concede libertà - forse l´unica che l´uomo possiede dinanzi a qualunque arbitrio: quella di formulare la propria, tragica condizione con le sue parole. Di parlare di sé in maniera diversa, nuova, di fronte a tutto ciò che minaccia di incatenarlo, di imprigionarlo nelle definizioni ristrette e fossilizzate dell´arbitrio.E scrivo anche di ciò che non potrà mai più essere, per cui non c´è consolazione. E anche allora, in un modo che ancora non so spiegare, le circostanze della mia vita non mi si chiudono addosso, non mi paralizzano. Più volte al giorno, seduto alla mia scrivania, tocco con mano il dolore, la perdita, come chi tocca un filo della corrente a mani nude. E non muoio. Non capisco come questo accada. Forse, dopo che avrò finito il romanzo che sto scrivendo, tenterò di capirlo. Non ora, è troppo presto.E scrivo della vita del mio paese, Israele. Un paese tormentato, intossicato da troppa storia, da sentimenti esasperati che non possono essere umanamente contenuti, da troppi eventi e tragedie, da ansie parossistiche, da una lucidità paralizzante, da un eccesso di memorie, da speranze deluse, dalle circostanze di un destino unico nel suo genere tra tutti i popoli del mondo, da un´esistenza che talvolta appare mitica, da una storia "più grande della vita stessa" al punto che pare che qualcosa sia andato storto nei suoi rapporti con la vita e con la possibilità che noi, israeliani, potremo un giorno condurre un´esistenza regolare, normale, come un popolo tra gli altri popoli, uno stato tra gli altri stati.Noi scrittori conosciamo momenti di sconforto e di scarsa autostima. La nostra arte, fondamentalmente, è un´attività di scomposizione della personalità e di rinuncia ad alcuni dei meccanismi di difesa umana più efficaci. Noi trattiamo, di nostra volontà, alcuni dei materiali dell´anima più coriacei, più brutti e più difficili da maneggiare. Il nostro lavoro ci porta ripetutamente ad essere consapevoli dei nostri limiti, sia come uomini che come artisti.Eppure è questa la cosa meravigliosa, l´alchimia che si crea in ciò che facciamo: in un certo senso, nel momento in cui prendiamo in mano la penna, o la tastiera del computer, non siamo più vittime impotenti di tutto ciò che ci asserviva, o ci sminuiva, prima che cominciassimo a scrivere. Noi scriviamo, siamo molto fortunati. Il mondo non ci si chiude intorno, non diventa più angusto. (Traduzione di Alessandra Shomroni)