mi ha incuriosito questo libro perchè mi ha ricordo un bellissimo weekend passato sulla costiera amalfitana in questa romantica locanda, dove ogni stanza ha il nome di una janara, la nostra era quella della zucculara, (l'Ecate della religione greca e romana), il proprietario, un ragazzo gentilissimo ci ha raccontato le storia delle janare, meglio conosciute come le streghe di benevento e così oi sono andata a cercarmi tutti i miti e le leggende a loro legate, quindi come potevo resistere ad un simile titolo???
Adelina fa solo quello che va fatto, e se anche prova a ribellarsi in un primo momento alla sua natura, al suo destino di ianara, è per amore che alla fine lo asseconda e se ne serve per raggiungere il suo scopo.Un libro che sembra una favola noir dove ci sono l'Irpinia, le superstizioni, la religione e i riti pagani, e loro le ianare, donne che vivevano al margine della società, ma alle quali la gente del paese ricorreva per avere quell'aiuto che sarebbe stato impensabile chiedere ad altri. Donne che possedevano quelle conoscenze ancestrali e la saggezza necessaria per alleviare i dolori altrui.
Niente di ciò che è si perde. Uomini, donne, fiori, animali, piante: ogni cosa conserva la traccia della propria esistenza anche quando non esiste più.
Glielo hanno insegnato sua madre e sua nonna in un tempo remoto sprofondato in un pozzo.

Adelina ha un destino segnato: diventerà ianara, come sua madre, come sua nonna. Al pari di loro, potrà attraversare ogni porta, anche quella che separa la vita dalla morte. E sarà dannata. Vivrà in una capanna sui monti dell'Irpinia - una terra nel dopoguerra non ancora toccata da quel che avviene altrove, in un'Italia apparentemente remota - come una bestia selvatica; gli uomini e le donne verranno a supplicarla di aiutarli quando avranno bisogno di curarsi, di vendicarsi, o di liberarsi di un figlio non voluto - e la schiveranno come la peste se oserà avvicinarsi al paese. Per sfuggire a tale destino Adelina si incamminerà da sola per boschi e per montagne, finché non giungerà in vista di un grande e magnifico palazzo, proprietà di un Conte: vi entrerà come l'ultima delle sguattere e - sorta di funebre, allucinata Jane Eyre, schiava amorevole e possessiva fino al delitto - servirà e accudirà il padrone con assoluta, cieca fedeltà. Gli rimarrà accanto anche quando il palazzo sarà ridotto a una splendida rovina, quando più nessuno ci metterà piede per paura della maledizione che lo ha colpito dopo i tragici eventi di cui è stato teatro: il misterioso omicidio del figlio del Conte, l'orrendo suicidio della temibile Signora, la scomparsa della piccola Lisetta a cui il Conte era legato da un torbido affetto - e lei, Adelina, sarà rimasta la sola ad aggirarsi silenziosa nelle immense sale vuote.
Con una lingua asciutta, potente, evocativa, Licia Giaquinto ci trascina in una trama fitta di storie e di magia, dove animali, uomini, cose si fondono e si trasformano di continuo. Così come è destinato a trasformarsi, di fronte a una minacciosa «modernità», quel mondo arcaico che ci si squaderna davanti, e che ha anch'esso un destino segnato: quello di scomparire, per essere evocato solo da chi ancora ce lo sa raccontare.
I capitoli seguenti raccontano come in una specie di elenco delle molte persone che hanno lottato per la soppravvivenza di quanti erano intrappolati nel ghetto di Varsavia e per aprire gli occhi a quelli che fino all'ultimo non potevano credere di salire su un treno per Treblinka e che si illudevano di essere scelti per lavorare e quindi avrebbero avuto salva la vita.
E' agghiacciante leggere queste pagine, e allora come si fa a definire bello un libro così, sembra quasi una bestemmia, non so se il libro sia bello di certo è una testimonianza perchè la memoria non venga meno.