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mercoledì, novembre 14, 2012

vorrei che tu venissi da me

(foto di francesco baldi)

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.
Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.
Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento.
Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene.
Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.
Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.
Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno.
E non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica.
Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.
Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda.
Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.

E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.


Dino Buzzati, Gli inviti superflui.

martedì, aprile 19, 2011

tentativi



penso, che forse, a forza di pensarti,
potro' dimenticarti, amore mio

Patrizia Cavalli

venerdì, marzo 12, 2010

forte come la morte


..il cuore può commuoversi spesso incontrando un altro essere, poichè ciascuno suscita negli altri attrazioni e repulsioni. Tutte queste influenze fanno nascere l'amicizia, i capricci, la concupiscenza, passioni intense e passeggere, ma non il vero amore. Perchè un tale amore esista, è necessario che due esseri siano talmente fatti l'uno per l'altro, che si trovino uniti l'uno all'altro da tanti motivi, da tanti gusti simili, da tante affinità della carne, dello spirito, del carattere, che si sentano avvinti da tante cose di ogni genere, da formare un unico insieme di legami. Quel che si ama, insomma, non è tanto la signora X... o il signor Z..., è una donna o un uomo, una creatura senza nome, uscita dalla natura, con organi, forma, un cuore, uno spirito, un modo di essere generale, che attirino come una calamità i nostri organi, i nostri occhi, le nostre labbra, il nostro cuore, il nostro pensiero, tutti i nostri appetiti sessuali e intellettuali. Si ama un tipo, cioè l'insieme, in una sola persona, di tutte le qualità umane che possono sedurci isolatamente nelle altre...

( da " Forte come la morte" di G. de Maupassant)

giovedì, agosto 06, 2009

dissertazioni sull'amore


"allora davvero l’amore si pone come radicale sovvertimento della stabilità, dell’ordine, dell’identità, della proprietà che… sono regolati dalla legge del giorno che nulla sa della passione per la notte che inabissa ogni stabilità e ogni identità diurna perché possa farsi strada amore. E con l’amore, l’altro, non perché io possa reperire il senso profondo di me stesso, ma perché possa perdere quel me stesso diurno che non mi consente di accedere alla notte dell’indifferenziato da cui un giorno siamo emersi.”


(U. Galimberti. - Le cose dell’amore)


Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. E’ allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio.”


(Platone - Simposio)


"nella pupilla dell’altro vedo me stesso, come in uno specchio. L’altro mi rivela chi sono e, guardandomi attraverso di lui, mi conosco."


(Platone - Alcibiade).


”Amore è penetrazione attiva dell’altra persona, nella quale il mio desiderio di conoscere è placato dall’unione. L’amore è l’unico mezzo per conoscere, poiché nell’atto dell’unione è la risposta alla mia domanda. Nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo… E’ un atto d’amore che supera il pensiero, che supera le parole, è un tuffo ardito nell’esperienza dell’unione”


(E. Fromm, - L’arte di amare).

mercoledì, aprile 01, 2009

attese sospese


“ Sono innamorato? - Sì, poiché sto aspettando”.

L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta


da Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes

mercoledì, dicembre 17, 2008

amori una storia infinita



secondo l'autore di Amori, storia del rapporto fra uomo e donna (Jacques Attali) un nuovo mondo sta per nascere, un mondo dove si svilupperanno nuove forme di relazioni tra esseri umani basate sulla soddisfazione immediata dei desideri e la liberazione dall'assillo della riproduzione. E' stato il cristianesimo che ha imposto la monogamia e la fedeltà totale, nessuna religione prima di allora aveva preteso di codificare la vita sessuale dei propri credenti, anche nelle mitologie che definiscono tabù ed esigenze primarie non esiste nessuna pratica ad eccezione dei rapporti sessuali fra madre e figlio che venga condannata universalmente,e in alcune società talune pratiche vietate in altre sono invece tollerate.
Il libro è un viaggio attraverso la storia degli amori, racconta delle tribù poliandriche della Cina passando per i rituali omosessuali della Nuova Guinea, ci parla delle donne dell'harem d'Arabia e dei numerosi mariti delle donne tibetane, delle prostitute americane e delle geishe gaipponesi, dell'erotismo indiano e dei matrimoni di gruppo del Congo, alla fine il succo è che tutti vogliamo essere amati.




p.s. secondo lui la monogamia ha i giorni contati

domenica, maggio 18, 2008

passioni


La passione era come la vita: doveva essere vissuta.
Perchè sarebbero morti tutti.
Non si può rinunciare ad un nuovo amore
se non si è vivi.

lunedì, ottobre 01, 2007

certi amori vanno lasciati andare


magari l'ho già postato, e il bello è che non mi ricordo nemmeno da dove l'ho copiato, lo faccio spesso ..il copiare brani che mi piacciono e che sento così straordinariamente miei, su fogli e fogliettini sparsi che poi decido di riordinare e trascrivere su uno dei miei quaderni, sicuramente questi risalgono a qualche lettura estiva ma nella frenesia di riscrivere i passi ho dimenticato di annotare chi fosse l'autore o l'autrice, (aggiunto dopo: mentre ricopiavo le parole mi è venuto in mente che potrei averle lette in "La madre che mi manca" di Carolin Oates Joyce)






a.... piacciono i grandi amori, quelli faticosi da maneggiare, a lei piacciono i grandi eroi che sono poi sempre dei gran bastardi, quelli che calpestano tutto. Certi uomini sono così, dove passano loro non cresce più l'erba. Sono quelli che ti leggono i pensieri e poi sanno anche aggiungerci qualcosa. Quelli che ti riempiono la vita di un bellissimo niente. A lei piacciono le storie, la gente scandagliata dal di dentro, i rapporti pieni di ansie, tenerezza, di silenzi, a lei piacciono le onde del destino, gli acidi corrosivi delle faccende mai risolte, i profumi delle case avite, il rancido di certi ricordi, le sbucciature degli anni andati a male, le pomate dell'infanzia. E poi certe foto sbiadite che all'inizio sembrano solo fermi immagini messi a fuoco male e invece a riguardarle dopo tanti anni sembrano scattate da Nostradamus.

..........

Nella vita di ognuno c'è un momento in cui il destino ti dice: e adesso arrangiati da sola, ce la puoi fare se lasci andare le cose che se ne vanno, è l'unico modo per restare in piedi e godere di ciò che ti rimane.

Le lacrime si asciugano, la vita in qualche modo restituisce, certi amori vanno lasciati andare.




ogni riferimento a fatti e/o persone esistenti forse non è puramente casuale, ma non te la devi prendere, non c'è rancore in queste parole, sono solo moti improvvisi del cuore, il mio