sabato, luglio 01, 2006

zanzibar

L'enigma di Zanzibar
John Matshikiza
Nel mondo globalizzato, Zanzibar spicca come un'icona di un ambiente umano che sta scomparendo.
È interessante, curioso e istruttivo che la mia prima tappa dopo l'arrivo a Zanzibar sia stato il bar ristorante Mercury's. È un locale che prende il nome da uno dei figli più famosi dell'isola: Freddie Mercury, cantante e ispiratore della grande band inglese dei Queen. Il ristorante dà sulla spiaggia, vicino al leggendario centro commerciale swahili di Stone Town, di fronte alle acque turchesi dell'Oceano Indiano. È in linea con la vocazione postmoderna di Zanzibar: un paradiso turistico, un'isola che ha messo temporaneamente da parte la lunga, turbolenta e affascinante storia per far posto ai soldi facili del turismo. Essendo anch'io un turista, mi trovo nella scomoda situazione di chi si gode il lusso e allo stesso tempo vuole un'esperienza più reale di una bella fetta perduta di realtà africana. Zanzibar, quando ci arrivi, è proprio questo. Malgrado una serie di sconvolgimenti, ha nella sua storia e nella sua realtà un asso nella manica che la rende straordinaria. La leggendaria isola delle spezie ha una personalità tutta sua, situata com'è sul bordo di un oceano che riflette gli alti e i bassi di questa parte vitale della civiltà umana. Freddie Mercury, nato Farrokh Bulsara, trascorse i primi otto anni della sua vita nelle stradine tortuose e arabeggianti di Stone Town. Dopo un periodo d'esilio in India e Inghilterra, passò di nuovo qualche anno a Zanzibar prima di tornare tra gli inglesi e dare inizio a una folgorante carriera musicale. Nella sua storia documentata non ci sono riferimenti agli eccezionali vicoli dell'isola, un crocevia della cultura mondiale che indubbiamente gli fu d'ispirazione.I suoi genitori erano persiani. All'epoca in cui nacque Mercury, nel 1946, Zanzibar ospitava una comunità poliglotta composta da swahili autoctoni, africani orientali, mercanti e amministratori persiani e indiani. Questi ultimi venivano dall'Asia e dalla famiglia reale omanita che, secoli prima, aveva capito il potenziale dell'isola come centro di commerci e luogo ideale per le piantagioni, e ne aveva fatto una seconda casa per il suo impero, basato sulla tratta degli schiavi africani e dell'avorio delle zanne degli elefanti massacrati nell'interno dell'Africa.A parte il bar ristorante che porta il suo nome, si dà poca importanza alle radici zanzibariane di Mercury. Ma è impossibile immaginare che la cultura indigena dell'isola, con la sua miscela di influenze egiziane, indiane e africane, con le sue melodie e l'esplorazione dei mondi insolubili dell'amore, della politica e della storia, non abbia influenzato l'orecchio di un uomo che sarebbe diventato un enigma e un'icona della musica contemporanea.Nel nostro mondo sempre più globalizzato, Zanzibar spicca come un mistero e il simbolo di una civiltà che sta scomparendo. L'isola resta se stessa. La sua cultura è sopravvissuta alla colonizzazione araba, portoghese, tedesca e britannica, adattandosi di volta in volta. Nel 1964 l'isola fu sconvolta da Abeid Karume, marinaio e sindacalista swahili semianalfabeta, che guidò una sanguinosa rivoluzione contro la dominazione omanita.Questo catapultò Mercury, insieme a molti zanzibariani di ascendenza asiatica, fuori dal paese – anche se negli anni successivi i loro eredi sarebbero tornati sull'isola-paradiso, facendone di nuovo un centro commerciale e imprenditoriale. La vita, il commercio e i rapporti umani vanno avanti.Oggi Zanzibar è un posto unico al mondo. Le strutture turistiche finanziate dalle aziende europee, americane e asiatiche occupano con il loro brutto ed esclusivo splendore le coste più belle. Ma la vita della gente comune continua in un altrettanto splendido isolamento nei villaggi di pescatori delle coste a nord, est, ovest e sud. Le piccole imbarcazioni da pesca sono ancora costruite lungo la costa con inesauribile pazienza, una tavola laboriosamente intagliata dopo l'altra, e veleggiano nel vasto e placido Oceano Indiano.I pesci, di ogni colore e sapore, vengono scaricati sulle spiagge di Zanzibar nella fredda luce di un mattino che presto si riscalda, per essere venduti da donne in kanga colorati e uomini in magliette sbiadite e teli intorno ai fianchi, che contrattano la carne tenera e deteriorabile degli animali marini e la vendono in contanti prima possibile, com'è sempre stato.La Zanzibar di Mercury è una toccante e mutevole testimonianza permanente della vita sulla Terra. Il missionario ed esploratore scozzese David Livingstone passò di qui e fu contagiato dalla cultura dell'isola. Il giornalista ed esploratore inglese Henry Morton Stanley arrivò qui e usò l'isola come trampolino per le sue avventure coloniali. Anche il mercante ed esploratore arabo Tippu Tib lasciò il suo segno, così come Karume, con i suoi fugaci esperimenti stalinisti, e come tutte le rivoluzioni fisiche e psicologiche sulla scia degli esperimenti di indipendenza africana.La meraviglia di Zanzibar è che resta un pezzo d'Africa che non potrà mai essere modificato e, forse, non sarà mai totalmente corrotto dal movimento distruttivo dell'avido tempo e dei sentimenti umani, inspiegabilmente mutevoli


http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=12693

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